venerdì 16 settembre 2011

TERRAFERMA, Emanuele Crialese


In una piccola isola a sud della Sicilia una piccola comunità di pescatori cerca di tenere in vita le antiche leggi del mare, nonostante i tempi siano cambiati…
Filippo (Filippo Pucillo), giovane orfano di padre, vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) ed il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio) in una sperduta isola della Sicilia. Durante la pesca Filippo ed Ernesto si imbattono in un gommone in avaria pieno di immigrati. La capitaneria di porto gli intima di non accoglierli assolutamente a bordo, ma i pescatori seguono la vecchia legge del mare e ne imbarcano alcuni che rischiano di affogare. Tra questi una donna incinta, Sara (Timnit T.), e suo figlio. Rientrati in porto alcuni immigrati fuggono, ma Sara deve partorire, così viene accolta e aiutata da Giulietta. A questo punto comincia un braccio di ferro tra i pescatori e le forze di polizia, tra le vecchie tradizioni che in mare impongono l’aiuto reciproco, e le leggi di un governo poco sensibile alle sofferenze degli immigrati. Giulietta ha paura di essere scoperta, vuole che Sara se ne vada, ma al tempo stesso a poco a poco tra le due donne si instaura un profondo rapporto di empatia emotiva: attraverso l’esperienza della maternità ed il racconto della sofferenza le due donne si sentiranno sorelle, partecipi della sorte e del destino l’una dell’altra. Intanto Filippo, oscillando tra ingenuità e crudeltà, compierà un percorso di crescita e consapevolezza, aprendo gli occhi sul mondo e imbarcandosi per il viaggio alla ricerca della terraferma, terra promessa simbolo di speranza e libertà.
Il mare della Sicilia torna come vero protagonista di questa narrazione continuando il discorso di ricerca estetica cominciato da Crialese con Respiro (2001). Le affascinanti inquadrature sottomarine permettono allo spettatore di dimenticare il dato di realtà sprofondando in una dimensione onirica e fiabesca. Quando sott’acqua vengono inquadrati i corpi delle persone che nuotano si crea una scena corale di forte potenza espressiva che rende le persone tutte uguali, irriconoscibili e indistinguibili, legate in un patto di armonia e di fratellanza che la realtà terreste invece nega. L’isola di Crialese diventa metafora di tutto il mondo e di tutti i tempi, portatrice di un messaggio di solidarietà che supera i confini spazio-temporali della storia toccando la dimensione dell’universale umano.
La donna che impersona Sara (Timnit T.) non è un’attrice, ma una vera migrante. La giovane africana è stata protagonista di una delle storie più atroci che la recente cronaca sull’immigrazione ricordi. Nel 2009, dopo ventuno giorni alla deriva, senza cibo né acqua, un barcone approda sulle coste di Lampedusa: a bordo ci sono 79 persone di cui soltanto 5 sono vive. Tinmit T. racconta che almeno dieci volte hanno sperato di essere salvati, vedendo delle imbarcazioni passare nelle loro vicinanze ma che ogni volta, puntualmente, ogni imbarcazione li ha ignorati, condannandoli a morte certa.

venerdì 2 settembre 2011

AVVENTURE DELLA RAGAZZA CATTIVA, Mario Vargas Llosa


Le labbra carnose, gli occhi maliziosi scuri come il miele, il corpo sottile e sinuoso con forme morbide ed eleganti… Questa è la niña mala, “ragazza cattiva” che incanta e seduce Ricardo per una vita intera. Le maniere civettuole, l’ironia di chi sa e vuole piacere, unite all’ambizione e al desiderio di ricchezza fanno di questa donna una bomba ad orologeria: egoista e materialista, è concentrata solo su se stessa e sul proprio successo, comportamento tipico di chi nell’infanzia ha conosciuto la precarietà dell’esistenza che la miseria comporta. Per raggiungere la sicurezza economica la niña mala sarà pronta a tutto e vivrà una vita di avventure impensabili: Lima, Cuba, Parigi, Londra, Tokyo e di nuovo Parigi, il mondo stesso sembra starle piccolo. Impara le lingue, cambia personalità, si adatta ad ogni situazione grazie alla sua capacità di trasformista e, da buona arrampicatrice sociale, si sposa diverse volte. In mezzo a questa vita turbolenta e avventurosa la niña mala porta avanti il difficile rapporto con un niño bueno, Ricardo, che ne è irrimediabilmente innamorato, nonostante lei lo faccia terribilmente soffrire. Ricardo lavora come traduttore ed interprete all’Unesco di Parigi e il suo lavoro gli offre la possibilità di viaggiare, così, ogni volta che le coincidenze della vita gli permetteranno di sapere dove si trova la niña mala, lui partirà a cercarla, ardente d’amore e di desiderio. Solamente quando, esasperato dalla sua crudeltà, Ricardo avrà realmente deciso di dimenticarla, la ragazza tornerà a bussare alla sua porta, fisicamente e psicologicamente devastata dalle sue ultime esperienze di vita. Una storia d’amore intensa e dolorosa, una storia di sesso, passione, ossessione e follia, una storia molto sudamericana dove l’amore nasce e si consuma in momenti di caldo erotismo e in frasi da telenovela (le famose huachaferìas che piacciono tanto alla niña mala). A fare da sfondo, il ritratto di quel periodo pieno di speranze, sogni e delusioni che è stato quello dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Parigi, i suoi bistrot e la sua vita culturale; Londra, i Beatles, i figli dei fiori, l’AIDS; e poi l’allucinata e ricca Tokyo, con le sue perversioni. Infine il sempre presente Sudamerica, la povertà e l’indigenza e, nello specifico, il Perù, con le sue vicende politiche eternamente segnate dai colpi di stato.
Ricardo, l’io narrante di questa storia, passati i cinquant’anni accompagnerà la niña mala nell’avventura più grande che abbia mai affrontato, quella verso la morte e, dopo che la donna della sua vita sarà scomparsa, troverà la forza per sublimare quel passato di gioie e umiliazioni in un libro. La scrittura nasce dall’assenza e nell’assenza trova la sua ragion d’essere così, dove finisce la vita, inizia l’arte.

mercoledì 24 agosto 2011

ESPIAZIONE, Ian McEwan


Romanzo del britannico Ian McEwan uscito nel 2007 e diviso in quattro parti. La prima parte è ambientata a villa Tallis, nella campagna inglese, nell’estate del 1935. In una torrida giornata d’estate Briony e la sua famiglia aspettano l’arrivo del fratello maggiore, Leon, insieme all’amico Paul Marshall, industriale della cioccolata. Briony Tallis ha tredici anni, una fervida fantasia ed una grande ambizione: diventare una scrittrice. La ragazzina ha scritto una commedia per l’amato fratello e sta affrontando le fatiche dell’allestimento, coinvolgendo nella recitazione i cugini del Nord: i gemelli Pierrot e Jackson e l’odiata cugina Lola. Le prove della commedia vanno male così Briony decide che da quel giorno avrebbe rinunciato al teatro per diventare una romanziera. Proprio quel giorno le darà l’ispirazione per la sua prima e più importante storia, perché  quel giorno cambierà per sempre la vita sua e degli altri. C’è qualcosa di strano che dalla mattina tormenta Briony: il turbolento rapporto che lega la sorella maggiore Cecilia a Robbie, il figlio della domestica. La bambina continua a chiedersi cosa stia succedendo e, equivoco dopo equivoco, formula la sua teoria: Cecilia è in pericolo, non ci sono dubbi, e lei deve difenderla da Robbie. Briony ha visto la sorella spogliarsi davanti a lui, ha letto un messaggio di Robbie con chiari riferimenti sessuali e infine li ha visti in biblioteca, nel buio: lui era addosso a lei e la teneva stretta a sé, prigioniera. In realtà tra i due giovani sta nascendo un amore potente e passionale che li condurrà ad azioni avventate ed impulsive che, agli occhi della piccola Briony, assumeranno un significato perturbante e pericoloso. Una bravata dei piccoli gemelli costringe tutti gli abitanti e gli invitati di villa Tallis ad andare a cercarli di notte nel parco. Briony casualmente si imbatte in una figura maschile in fuga mentre Lola, in lacrime, la chiama e le racconta di aver subito violenza. La mente di Briony, suggestionata dagli eventi della giornata, non fatica a riconoscere nella sagoma intravista la figura di Robbie e così denuncia un innocente per quel disgustoso crimine. Robbie viene immediatamente arrestato e Cecilia, appena scoperto l’amore, deve perderlo per le fantasiose farneticazioni di una ragazzina presuntuosa. La seconda parte del romanzo è ambientata nel 1940, in Francia del Nord, durante l’avanzata dei tedeschi ed il ripiegamento delle truppe inglesi e francesi. Robbie è uno dei soldati sbandati che, dopo l’ordine di ritirata, sta scappando, ferito, verso la costa per essere rimpatriato. Insieme a due caporali Robbie affronta gli orrori e i pericoli della guerra guidato solo dal ricordo  di Cecilia e dalle sue parole: Ti aspetterò. Torna da me. La terza parte del romanzo vede Briony lavorare duramente in ospedale a Londra, come infermiera tirocinante, durante il periodo della guerra. I sensi di colpa continuano a perseguitarla per quello che ha fatto, anche perché la guerra ha aggravato la situazione. Briony teme che quello che non ha potuto distruggere lei con la sua stupidità, lo distruggerà, questa volta in modo irreversibile, la guerra. La notizia del matrimonio tra la cugina Lola e Paul Marshall è l’evento che la fa precipitare nuovamente nel passato. Così un giorno, con tutto il coraggio possibile, decide di rintracciare Cecilia, anche lei infermiera a Londra, e lì trova Robbie: i due amanti sono finalmente insieme e, nonostante le avversità sopportate, possono vivere il loro amore in libertà. Adesso Briony ritirerà l’accusa, ritratterà la testimonianza e forse la famiglia potrà tornare finalmente ad unirsi. Briony non si aspetta certo il perdono, ma sapere che l’amore ha vinto la rasserena e la libera dalla colpa. L’ultima parte del libro è ambientata a Londra, nel 1999. Vediamo una Briony settantasettenne, scrittrice affermata ad un passo dalla perdita della lucidità e delle facoltà mentali. Briony festeggia il suo compleanno con tutti i famigliari nella sua vecchia villa di famiglia, ora trasformata in un albergo. Briony ha finito questo romanzo, la cui prima stesura risale al 1940 e, anche se potrà essere stampato solo dopo la morte di Lola e Paul Marshall, è finalmente in pace con se stessa perché ha compiuto la sua espiazione. Ha reso finalmente giustizia alla vicenda, descrivendo i fatti con assoluta oggettività, ma soprattutto ha dato una seconda possibilità di vita insieme agli amanti, a Robbie e Cecilia, che in realtà non sono mai sopravvissuti alla guerra.
McEwan mette insieme un romanzo complesso e delicato dove la limpidezza della struttura geometrica e la perfezione dei meccanismi narrativi si innestano su un piano di profonda introspezione psicologica. I personaggi sono caratterizzati magnificamente e ne vengono esplorati punti di vista, pensieri, paure e ragionamenti. La protagonista Briony è estremamente interessante nella sua crudele presunzione fanciullesca mista a tenera ingenuità infantile. I temi affrontati sono vasti e universali: la letteratura, i legami famigliari, l’amore, la guerra, la colpa. McEwan mette in piedi una storia che appassiona il lettore, facendolo sperare e soffrire, facedogli vivere il peso di quell’espiazione che la protagonista così faticosamente conquista.  Il potere della letteratura e della parola è proprio quello di dar vita alle cose e così la vecchia Briony ci commuove, dando vita e speranza al sogno d’amore che in vita aveva così maldestramente distrutto.
Dal romanzo è stato tratto il film omonimo di Joe Wright (2007) con Keira Knightley nel ruolo di Cecilia e James McAvoy nel ruolo di Robbie.

lunedì 15 agosto 2011

TRILOGIA DI NEW YORK (Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa), Paul Auster


Tre detectives-stories appassionanti e originali per descrivere una metropoli fredda, squallida e frenetica, dove i rapporti umani sono l’eccezione e tutto il resto è semplicemente Caos. Nessuno è davvero importante, niente ha un significato chiaro e i ruoli sono sempre intercambiabili: in questo modo la vita può scorrere nel nulla senza che nessuno se ne accorga. Questa è la New York di Paul Auster. Così in Città di vetro lo scrittore di romanzi gialli Daniel Quinn risponde ad una telefonata misteriosa nel bel mezzo della notte e assume l’identità di un famoso investigatore privato, cambiando vita e trasformandosi proprio nel personaggio dei suoi romanzi. Quinn precipiterà in una spirale di eventi che lo porteranno, tra sospetti e pedinamenti, a perdersi completamente tra le vie di New York fino a smarrire la sua vita precedente, il suo passato e il suo futuro, in un delirio di insensatezza. E così in Fantasmi i personaggi, enigmaticamente chiamati con i nomi dei colori, sono davvero chi dicono di essere? Oppure è tutta finzione? Blue è un detective che, stipendiato da White, sta perdendo la sua vita a spiare Black, un uomo comune che ogni giorno conduce la solita vita abitudinaria. Ma davvero tutto è come sembra? La voglia di essere guardati è pari solo a quella di guardare e, in una crescendo di voyeurismo, scopriamo che i ruoli sono intercambiabili e che nessuno deve mai smettere di guardarsi le spalle. Infine il romanzo più emozionante, intimo e perturbante, La stanza chiusa, in cui un uomo, un giornalista, riceve la notizia che il suo caro amico d’infanzia è misteriosamente scomparso, lasciando a lui l’onere e l’onore di pubblicare le sue opere letterarie. L’ammirazione per l’amico di un tempo diventerà immedesimazione e poi appropriazione totale della sua vita, fino allo squilibrio e all’ossessione.
Il filo che lega questi tre racconti è la solitudine dei personaggi, uomini soli intrappolati in una città allucinata e straniante, dove è più facile perdersi che ritrovarsi. Questa città offre a questi uomini una possibilità, che tutti colgono e collaudano con vari esiti: mescolarsi nella folla, perdere la propria identità per assumere sempre nuove maschere e scambiare la propria vita con quella degli altri, fino a dimenticare se stessi. Tre storie poliziesche che, partendo da una situazione classica e collaudata, finiscono per precipitarci nell’ignoto, in una zona d’ombra dove non ci sono regole e, in un gioco di specchi e di riflessi, ci disorientano e ci smarriscono, come succede ai protagonisti di queste vicende.

mercoledì 3 agosto 2011

LA FAMIGLIA WINSHAW, Jonathan Coe


Micheal Owen è un giovane scrittore perseguitato dai fantasmi dell'infanzia e terribilmente spaesato nella frenesia del mondo moderno. Un giorno, dopo alcuni modesti successi letterari, riceve una proposta di lavoro indeclinabile: una strana signora rinchiusa in manicomio da tutta una vita gli offre un lauto stipendio mensile purché egli scriva la biografia della sua famiglia, una delle più ricche e potenti dell’Inghilterra degli anni 80: gli Winshaw. Micheal deve confrontarsi con la rapacità, l’avidità e la follia che sembrano essere impresse nel DNA di questa famiglia da due intere generazioni: se i padri complottarono col nemico nazista, tradendo insieme patria e famiglia, i figli non hanno tardato a vendersi al miglior offerente, schiavi del denaro e della celebrità. Gli odierni Winshaw rappresentano il lato più oscuro dell’Inghilterra di Margaret Thatcher, incarnando il trionfo dei valori sbagliati: opportunismo, cinismo, egoismo, disinteresse verso il prossimo, avidità. Un ritratto a tinte nitide non ci sono sfumature sulla corruzione e sulla crudeltà di un potere che “logora chi non ce l’ha”. Traffici d’armi, privatizzazioni selvagge e frodi fiscali fanno da sfondo alle indagini di Micheal e si confondono sempre più con la sua vita privata. L’amore, la famiglia, le amicizie, gli incontri di Micheal, tutto è in qualche modo collegato a questa terribile famiglia, ma allora cosa c’entra l’ingenuo scrittore in tutto questo? È davvero soltanto il semplice biografo di famiglia? Grazie a quest’indagine il protagonista potrà scoprire le sue origini, ritrovando tutti i pezzi mancanti che il puzzle incompleto della sua infanzia gli aveva lasciato, e finirà per scoprire tragicamente che il confine tra sogno e realtà non è netto e definito, ma che i due mondi finiscono per convergere. Come lui il lettore si perde tra arte, sogno e realtà, in un vortice di situazioni e personaggi i cui destini si incrociano tra loro, in una sublime struttura narrativa non lineare che Jonathan Coe costruisce con la sua abile maestria di scrittore post-moderno.
Ironia e humor nero si mescolano alla drammaticità delle vicende private di Micheal e al triste ritratto di una società crudele. Le guerre e un minuzioso studio della società inglese fanno da sfondo al romanzo, che è saga famigliare e racconto d’investigazione insieme, e il cui finale, inaspettatamente, cambia registro per regalarci momenti di suspence da romanzo giallo che si scioglieranno in un rito del sangue folle, purificatore e catartico.

mercoledì 22 giugno 2011

LE PAROLE, Eugenio Montale

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l'inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l'imbroglio dei tasti
nell'Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole
sono di tutti e di nessuno
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna resa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.


sabato 18 giugno 2011

LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE, Mark Haddon

Wellington, il cane della signora Shears, è stato ucciso con un forcone a mezzanotte e sette minuti. Christopher, un ragazzino di quindici anni,  si trova sul luogo del delitto e viene accusato di essere il colpevole. Inizia un gran trambusto e qualcuno chiama la polizia. Christopher, preso per un braccio, colpisce un poliziotto e viene portato in questura dove riceve una diffida, ma viene rilasciato grazie all’intercessione del padre. Una volta uscito Christopher promette a se stesso di trovare l’assassino di Wellington. Inizia così l’indagine; e inizia così questo libro, che è il diario di Christopher, il libro delle sue investigazioni e riflessioni. Nel corso delle indagini Christopher scoprirà chi ha ucciso Wellington, ma allo stesso tempo farà delle scoperte sconvolgenti e destabilizzanti sulla sua famiglia. Quello che sembrava un romanzo giallo si trasforma così in un romanzo di formazione. Infatti, in conseguenza a tutte queste scoperte, Christopher si metterà in viaggio per l’esperienza più incredibile e formativa che abbia mai fatto: un viaggio da solo da Swindon a Londra. Christopher non è un ragazzo come tutti gli altri e, per lui, un piccolo viaggio nella grande metropoli rappresenta davvero un’incredibile odissea. Vediamo perché. Christopher John Francis Boone ha 15 anni, 3 mesi e 3 giorni e conosce a memoria i nomi di tutte le nazioni del mondo e delle loro capitali nonché ogni numero primo fino a 7507. A poco a poco scopriamo altre cose di lui: ama il rosso e odia il giallo e il marrone, non mangia se nel suo piatto i cibi sono entrati in contatto tra loro, odia i romanzi e non capisce le metafore, ama l’Apollo, la scienza, le cartine stradali e la matematica, non capisce le espressioni facciali e detesta essere toccato. Tutte queste sue particolarità sono in realtà le conseguenze della sindrome di Asperger, una forma di autismo da cui il ragazzo è affetto. Christopher ha un’intelligenza superiore alla media, è un genio in matematica e ha una memoria di ferro, ma non sa rapportarsi con il mondo circostante: ha paura degli estranei, diventa violento se qualcuno lo tocca, odia la folla e spesso non capisce le persone. Infatti le persone non sono logiche, le persone sono imprevedibili, usano il linguaggio del corpo e parlano per modi di dire. Per questo un piccolo viaggio sarà per Christopher un’avventura unica, la più grande esperienza di vita mai fatta, in cui dovrà imparare a controllare repulsioni, angosce e fobie.
Mark Haddon riesce genialmente a riportare sulla pagina i processi mentali di un ragazzo autistico e a farci entrare in prima persona nella sua struttura mentale. Questo avviene, da un lato, attraverso la rappresentazione grafica degli schemi e delle immagini che il cervello di Christopher memorizza ed utilizza e, dall’altro, attraverso l’esplicitazione dei procedimenti logici-deduttivi con cui procede il suo ragionamento e da cui derivano le sue scelte ed azioni. Leggendo questo romanzo il lettore entra nella realtà mentale parallela di Christopher, fa un’esperienza empatica di identificazione mentale in un individuo autistico. L’effetto è sicuramente molto verosimile. Se in alcuni momenti l’identificazione è molto divertente, in altri momenti il lettore proverà straniamento e difficoltà ad accettare questa visione del mondo. Sicuramente, in ogni caso, si tratta di un’esperienza altamente stimolante perché, guardando il mondo attraverso gli occhi di Christopher, potremmo forse accorgerci di tutte quelle cose che diamo per scontate nel processo di relazione e che invece non lo sono affatto. Infine, un romanzo commovente. La rigida logica di Christopher sembrerebbe bloccare l’emotività del romanzo ma, in realtà, la sensibilità del lettore non può far altro che oltrepassare quel muro di anaffettività per arrivare a sentire profondamente il valore di quella capacità di comprensione globale ed emotiva delle cose che, nonostante in individui come Christopher manchi, contraddistingue l’umanità.

martedì 14 giugno 2011

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO, Kazuo Ishiguro


Mr Stevens, maggiordomo di un’importante casata inglese, approfitta di un viaggio in macchina nella campagna circostante per ripensare la propria vita, fino ad allora dedicata interamente al lavoro. Attualmente Stevens lavora al servizio di un signore americano, Mr Farraday, che ha comprato la meravigliosa residenza di Darlington Hall e, compreso con essa, ha acquisito anche il suo inglesissimo maggiordomo. In concomitanza di una sua lunga assenza da casa il padrone accorda a Stevens il permesso di fare un viaggio con la sua Ford, offrendosi di pagare lui la benzina, a condizione che il maggiordomo si prenda una pausa di riposo e di svago. Stevens decide di andare a trovare Miss Kenton, l’antica governante, sposatasi e allontanatasi da Darlington Hall ormai da una ventina d’anni. Questo viaggio sarà finalmente la sua occasione per riflettere e ripensare al suo passato. Stevens ha passato gli anni migliori della sua vita (lavorativa e non) nella famosa residenza di Darlington Hall al servizio del gentiluomo inglese Lord Darlington. Quelli sono stati per Stevens momenti di grande splendore, infatti, all’apice della carriera, si è trovato a dar sfoggio della sua professionalità in una residenza che ospitava spesso importanti personaggi politici provenienti da tutt’Europa. Per Stevens a quei tempi non esisteva null’altro che il dover svolgere il proprio mestiere con “dignità”; su questo concetto, nel corso del viaggio, il maggiordomo avrà occasione di riflettere e così noi vedremo questa “dignità” concretizzarsi in una serie di principi, tanto onorabili quanto poco umani. Primo fra tutti, la totale ed incondizionata fiducia verso il suo datore di lavoro, cosa che porterà Stevens a non prendere posizione davanti ad alcuni ordini moralmente discutibili di Lord Darlington, giustificando in tutti i modi le strane posizioni filo-naziste che il suo padrone stava assumendo. Ma questa non sarà l’unica cosa su cui Mr Stevens terrà gli occhi cocciutamente chiusi. Infatti a poco a poco scopriremo che, mentre il maggiordomo si preoccupava solo di servire al meglio Lord Darlington, la governante, Miss Kenton, tentava in tutti i modi, e invano, di stabilire un rapporto umano con lui. Stevens, barricato dietro la sua tanto onorabile “dignità”, si difendeva dalle emozioni e dagli scossoni della vita, usando il suo contegno e il suo aplombe come scudo. Dai momenti più drammatici, come la morte del padre, ai momenti goliardici (momenti ai quali rimane sempre estraneo vista la sua incapacità di capire e fare battute) Stevens è trincerato dietro la sua impassibilità e la sua compostezza. E così avviene anche nelle situazioni più umilianti, come quando Lord Darlington ed i suoi amici lo interrogano sadicamente su cose che non conosce, o nei momenti di toccante emozione, come quando sente piangere Miss Kenton e rimane paralizzato, non riuscendo a fare nulla per consolarla. Nel suo viaggio nella campagna inglese, e grazie all’incontro con Miss Kenton, Stevens finalmente riuscirà ad aprire gli occhi. E li aprirà per piangere e piangere ancora sul passato che è andato perduto, sul tempo che non torna indietro e sulla sensazione di fallimento che non può più nascondere a se stesso. Stevens si accorge di aver avuto una vita arida, una vita senza amore, non rischiarata nemmeno dalla convinzione di aver dedicato i propri servigi e i propri anni migliori ad un uomo moralmente elevato. La macchia è indelebile, la ferita non può essere ricucita ma, come la sera è il momento più atteso e desiderato della giornata, può forse la vecchiaia essere il momento in cui tirare le fila della propria vita, comprenderla e magari anche cambiarla? Si può davvero arrivare alla comprensione di sé e della propria vita in quell’ultimo momento di luce e pensare di poter mutare le cose in quel breve tempo che ci separa dalla notte eterna?
Questo è l’interrogativo che ci pone Kazuo Ishiguro, scrittore giapponese naturalizzato britannico, in Quel che resta del giorno, romanzo di fama internazionale dal quale, nel 1993, James Ivory ha tratto l'omonimo film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.