martedì 1 novembre 2011

LE PICCOLE VIRTÙ, Natalia Ginzburg


Undici racconti, a metà tra l’autobiografia e il saggio, che costituiscono, secondo Italo Calvino, «una lezione di letteratura». La Ginzburg raccoglie alcuni suoi scritti che spaziano lungo un arco temporale che va dal 1944 al 1962 e che racchiudono un’ampia gamma di stili e di tematiche differenti tra loro. Quello che rimane sempre invariato, filo conduttore dei piccoli universi narrativi qui raccolti, è l’io narrante, dietro il quale ogni volta vediamo chiaramente lei, Natalia. L’autrice non si nasconde mai dietro personaggi fittizi e ama parlare solo di quello che conosce meglio, di quello che ha sempre saputo e che l’accompagna da sempre… Il suo essere bambina, adolescente, donna e poi madre, la paura della povertà e del regime, la scoperta dell’amore, il dolore atroce causato dalla morte delle persone care, il calore delle piccole cose della vita quotidiana, l’amore per i figli… L’universo della Ginzburg è costellato di piccoli gesti importanti, innocenti e primitivi. La semplicità è il suo marchio e la sua forza.
Per questo un autore come Cesare Pavese, suo caro amico e collega all’Einaudi, ad un certo punto sbotterà nel Mestiere di vivere (5 febb. 1948): «La mia crescente antipatia per N. viene dal fatto ch’essa prende per granted, con una spontaneità anch’essa granted, troppe cose della natura e della vita.». La comprensione reciproca tra i due amici, che incarnano due opposti modi di rapportarsi alla vita e alla scrittura, non sarà mai ovviamente del tutto possibile. Natalia ci lascia in Ritratto d’un amico un commovente ritratto di un Pavese eterno adolescente che «si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di principî così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l’attuazione della realtà più semplice». Oltre al bellissimo e delicato ritratto di Cesare Pavese, Le piccole virtù contiene racconti che rievocano il periodo bellico, l’esilio in Abruzzo, la povertà e poi la vita in Inghilterra, così come piccole riflessioni su questioni universali ed importanti, affrontate sempre con grande semplicità e concretezza, che vanno dalla questione dei rapporti umani, alla necessità del comunicare con gli altri, al mestiere di scrivere e all’educazione dei figli.
Da Elogio e compianto dell’Inghilterra ho scelto di riportare questo estratto che racconta, con una lucidità ancora attuale, la situazione italiana nel 1961:
«L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funzione male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione. E tuttavia per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue. È un intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di nessuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d’un ingannevole, e forse insensato, conforto».

sabato 29 ottobre 2011

LA TRILOGIA DEGLI AUBREY, Rebecca West


Un’unica opera, composta da tre volumi, per un totale di 1236 pagine. Una saga famigliare che si sviluppa dall’autobiografia al romanzo di formazione, fino alla dimensione squisitamente letteraria. Rebecca West affida a Rose, narratrice in prima persona, il racconto della storia della sua famiglia e il vivace affresco di un’Inghilterra che cambia negli anni, partendo dalla fine dell’Ottocento fino al concludersi della Grande Guerra.
Nel primo libro, La famiglia Aubrey, Rose racconta la storia della sua infanzia, da sempre segnata dalle difficoltà economiche. Vivere in una famiglia di artisti non è cosa semplice per i piccoli Audrey. Cordelia, Mary, Rose e Richard Quinn si ritrovano a dover crescere con una madre ex musicista dolce ed eccentrica ed un padre dalla personalità fuori dal comune: scrittore, uomo di pensiero e di grande integrità morale che, a causa del vizio ossessivo del gioco e delle speculazioni, non riuscirà a mantenere la famiglia, finendo per abbandonarla. A far parte integrante della famiglia si uniscono ben presto la zia Constance e la cugina Rosamund.
Nel secondo volume, Proprio stanotte, i giovani Audrey, abbandonati dalla figura paterna di cui ormai accettano la scomparsa (e la morte), si trovano impegnati nella realizzazione di se stessi, in una corsa verso l’età adulta in cui il futuro sembra pieno di sogni e di speranze: Rosamund fa il praticantato per diventare infermiera, Mary e Rose lavorano duro per diventare delle pianiste professioniste, Richard Quinn decide di provare l’ammissione ad Oxford e Cordelia sembra trovare la sua strada nel matrimonio. Sulle prospettive luminose dei giovani si abbatte, però, il flagello della guerra che si porta via l’amato fratello Richard Quinn e poi, stremata dalla malattia e dal dolore, anche la madre Clare.
Nel capitolo finale della trilogia, Rosamund, Mary e Rose, affermate pianiste di successo, vivono dei loro concerti e trovano nella musica l’unica consolazione alla loro solitudine. Infatti le giovani donne non riescono ad allacciare legami di nessun tipo con le persone che frequentano né sperano di potersi mai innamorare, ma continuano a vivere nel passato, nel mondo dei ricordi, non riuscendo in nessun modo a colmare il vuoto causato dalla morte dei genitori e del fratello. Ad un certo punto una notizia inaspettata, il matrimonio della carissima cugina Rosamund, si trasformerà in una spiacevole sorpresa: il ricchissimo marito di Rosamund si rivela un personaggio privo di attrattive e di dubbia moralità. Nel frattempo anche Rose scopre la gioia dell’amore sposando Oliver, un compositore, mentre Mary si rinchiude sempre più nella sua solitudine. Qui termina incompiuto il terzo volume, che, secondo gli appunti della West, avrebbe dovuto contenere anche il ritiro dalla carriera concertistica di Mary.
Rebecca West aveva annunciato anche un quarto volume che avrebbe dovuto portare a conclusione le vicende lasciate sospese e i nodi irrisolti del romanzo. Di questo progetto narrativo ci ha lasciati una breve ma interessante sinossi che si trova nella postfazione al romanzo.
Un cofanetto per lettori audaci e coraggiosi che amano perdersi nel dettaglio delle descrizioni e nel racconto dell’interiorità. Un libro in cui succede poco, in cui tutto è sospeso e le vicende che accadono sono riassumibili in poche righe; un libro in cui abbondano invece le dissertazioni musicali e i momenti di scrupolosa indagine sui sentimenti e sulle dinamiche che regolano i rapporti interpersonali, tra questi nello specifico quelli famigliari. Un libro per lettori che non si scoraggiano davanti a pagine e pagine di vita quotidiana, tinta di magia e di realtà, dove alle domande non viene data risposta e poco conta quello che realmente accade, bensì il riflesso che gli eventi assumono nel vissuto interiore della protagonista. I momenti più profondi e toccanti risultano essere le riflessioni di Rose sulla famiglia e sui propri genitori, soprattutto quando seguono momenti intensi come l’abbandono del padre, l’accettazione della sua scomparsa e la morte della madre, momenti che diventano dei piccoli ed emozionanti capolavori di espressività narrativa.

giovedì 29 settembre 2011

CARNAGE, Roman Polanski


L’ultimo film di Roman Polanski, Carnage (letteralmente "massacro") è basato su Le Dieu du carnage, una pièce teatrale della drammaturga contemporanea francese Yasmine Reza (in Italia pubblicata da Adelphi: Il dio del massacro, 2007). Ci troviamo dunque davanti ad un’opera riadattata per il cinema che però non dimentica le sue origini teatrali e, ambientata totalmente in poche stanze, concentra tutta la sua forza dirompente sulla sceneggiatura e sulla recitazione degli attori. Ambientato a Brooklyn, nell’appartamento dei coniugi Longstreet, il film si apre con la discussione tra due coppie di genitori che vorrebbero risolvere civilmente un brutto incidente avvenuto tra i loro figli undicenni: una provocazione, una bastonata, labbra gonfie e due incisivi saltati. I Longstreet, genitori della parte lesa, stanno cercando di avviare un patteggiamento insieme ai Cowan, genitori dell’aggressore, armati delle migliori intenzioni, cercando di evitare critiche e rancori. Tutto sembra andare per il meglio, le due coppie dialogano e si confrontano in maniera benevola e costruttiva nonostante cominci a serpeggiare un certo malumore, dovuto all’insofferenza e a qualche battutina. Diverse volte i Cowan cercano di andarsene, ma ogni volta c’è qualcosa che li spinge a tornare indietro, un caffè o un pezzo di torta, finché qualcosa, a un certo punto, comincia davvero ad andare storto… Un criceto abbandonato e un’irrefrenabile nausea sono i pretesti attorno a cui inizierà a costruirsi la spirale di odio che invaderà le anime dei quattro protagonisti. Penelope Longstreet (Jodie Foster) scrittrice impegnata, appassionata d’arte e attivista per i diritti umani del Darfur è la buonista del gruppo, convinta di essere migliore degli altri si sente in diritto di fare a tutti la predica sull’educazione dei figli. Michael Longstreet (John C. Reilly), suo marito, venditore all’ingrosso di pentole e sciacquoni (e colpevole dell’abbandono del criceto della figlia), inizialmente amichevole e conciliante, si rivelerà una persona vuota, fredda e insensibile, soprattutto nei confronti della moglie. C’è poi Nancy Cowan (Kate Winslet), operatore finanziario, riservata e signorile, che rilascia il contenuto del suo stomaco sui libri d’arte della signora Penelope e che alla fine, sbronza, manifesterà tutto il suo menefreghismo nei confronti della situazione. Infine c’è Alan Cowan (Christoph Waltz), avvocato di successo, calcolatore e privo di scrupoli, unico personaggio che dall’inizio alla fine si mostra più o meno uguale a se stesso: estremamente maleducato nelle sue telefonate, cinico e poco disponibile alla finzione e al buonismo, dichiarerà apertamente: «Penelope, io credo nel dio del massacro. È il solo che ci governa, in modo assoluto, fin dalla notte dei tempi». La guerra è aperta, la carneficina ha inizio in un alternarsi continuo di ostilità ed alleanze. Per 80 minuti dimenticate il politicamente corretto, i buonismi e le ipocrisie: tutte le convenzioni della convivenza civile crollano a poco a poco, lasciando il posto ad una realtà crudele e spietata. Polanski smaschera e distrugge il sogno americano e l’idea di società civile occidentale mettendo in scena la realtà della barbarie umana. Eppure nella scena finale il regista lascia intravedere una speranza per il futuro: il criceto, inconsapevole protagonista di questa vicenda (e testimone in prima persona della crudeltà umana) è ancora vivo e i due ragazzini giocano insieme: hanno già fatto la pace e scoperto il perdono

venerdì 16 settembre 2011

TERRAFERMA, Emanuele Crialese


In una piccola isola a sud della Sicilia una piccola comunità di pescatori cerca di tenere in vita le antiche leggi del mare, nonostante i tempi siano cambiati…
Filippo (Filippo Pucillo), giovane orfano di padre, vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) ed il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio) in una sperduta isola della Sicilia. Durante la pesca Filippo ed Ernesto si imbattono in un gommone in avaria pieno di immigrati. La capitaneria di porto gli intima di non accoglierli assolutamente a bordo, ma i pescatori seguono la vecchia legge del mare e ne imbarcano alcuni che rischiano di affogare. Tra questi una donna incinta, Sara (Timnit T.), e suo figlio. Rientrati in porto alcuni immigrati fuggono, ma Sara deve partorire, così viene accolta e aiutata da Giulietta. A questo punto comincia un braccio di ferro tra i pescatori e le forze di polizia, tra le vecchie tradizioni che in mare impongono l’aiuto reciproco, e le leggi di un governo poco sensibile alle sofferenze degli immigrati. Giulietta ha paura di essere scoperta, vuole che Sara se ne vada, ma al tempo stesso a poco a poco tra le due donne si instaura un profondo rapporto di empatia emotiva: attraverso l’esperienza della maternità ed il racconto della sofferenza le due donne si sentiranno sorelle, partecipi della sorte e del destino l’una dell’altra. Intanto Filippo, oscillando tra ingenuità e crudeltà, compierà un percorso di crescita e consapevolezza, aprendo gli occhi sul mondo e imbarcandosi per il viaggio alla ricerca della terraferma, terra promessa simbolo di speranza e libertà.
Il mare della Sicilia torna come vero protagonista di questa narrazione continuando il discorso di ricerca estetica cominciato da Crialese con Respiro (2001). Le affascinanti inquadrature sottomarine permettono allo spettatore di dimenticare il dato di realtà sprofondando in una dimensione onirica e fiabesca. Quando sott’acqua vengono inquadrati i corpi delle persone che nuotano si crea una scena corale di forte potenza espressiva che rende le persone tutte uguali, irriconoscibili e indistinguibili, legate in un patto di armonia e di fratellanza che la realtà terreste invece nega. L’isola di Crialese diventa metafora di tutto il mondo e di tutti i tempi, portatrice di un messaggio di solidarietà che supera i confini spazio-temporali della storia toccando la dimensione dell’universale umano.
La donna che impersona Sara (Timnit T.) non è un’attrice, ma una vera migrante. La giovane africana è stata protagonista di una delle storie più atroci che la recente cronaca sull’immigrazione ricordi. Nel 2009, dopo ventuno giorni alla deriva, senza cibo né acqua, un barcone approda sulle coste di Lampedusa: a bordo ci sono 79 persone di cui soltanto 5 sono vive. Tinmit T. racconta che almeno dieci volte hanno sperato di essere salvati, vedendo delle imbarcazioni passare nelle loro vicinanze ma che ogni volta, puntualmente, ogni imbarcazione li ha ignorati, condannandoli a morte certa.

venerdì 2 settembre 2011

AVVENTURE DELLA RAGAZZA CATTIVA, Mario Vargas Llosa


Le labbra carnose, gli occhi maliziosi scuri come il miele, il corpo sottile e sinuoso con forme morbide ed eleganti… Questa è la niña mala, “ragazza cattiva” che incanta e seduce Ricardo per una vita intera. Le maniere civettuole, l’ironia di chi sa e vuole piacere, unite all’ambizione e al desiderio di ricchezza fanno di questa donna una bomba ad orologeria: egoista e materialista, è concentrata solo su se stessa e sul proprio successo, comportamento tipico di chi nell’infanzia ha conosciuto la precarietà dell’esistenza che la miseria comporta. Per raggiungere la sicurezza economica la niña mala sarà pronta a tutto e vivrà una vita di avventure impensabili: Lima, Cuba, Parigi, Londra, Tokyo e di nuovo Parigi, il mondo stesso sembra starle piccolo. Impara le lingue, cambia personalità, si adatta ad ogni situazione grazie alla sua capacità di trasformista e, da buona arrampicatrice sociale, si sposa diverse volte. In mezzo a questa vita turbolenta e avventurosa la niña mala porta avanti il difficile rapporto con un niño bueno, Ricardo, che ne è irrimediabilmente innamorato, nonostante lei lo faccia terribilmente soffrire. Ricardo lavora come traduttore ed interprete all’Unesco di Parigi e il suo lavoro gli offre la possibilità di viaggiare, così, ogni volta che le coincidenze della vita gli permetteranno di sapere dove si trova la niña mala, lui partirà a cercarla, ardente d’amore e di desiderio. Solamente quando, esasperato dalla sua crudeltà, Ricardo avrà realmente deciso di dimenticarla, la ragazza tornerà a bussare alla sua porta, fisicamente e psicologicamente devastata dalle sue ultime esperienze di vita. Una storia d’amore intensa e dolorosa, una storia di sesso, passione, ossessione e follia, una storia molto sudamericana dove l’amore nasce e si consuma in momenti di caldo erotismo e in frasi da telenovela (le famose huachaferìas che piacciono tanto alla niña mala). A fare da sfondo, il ritratto di quel periodo pieno di speranze, sogni e delusioni che è stato quello dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Parigi, i suoi bistrot e la sua vita culturale; Londra, i Beatles, i figli dei fiori, l’AIDS; e poi l’allucinata e ricca Tokyo, con le sue perversioni. Infine il sempre presente Sudamerica, la povertà e l’indigenza e, nello specifico, il Perù, con le sue vicende politiche eternamente segnate dai colpi di stato.
Ricardo, l’io narrante di questa storia, passati i cinquant’anni accompagnerà la niña mala nell’avventura più grande che abbia mai affrontato, quella verso la morte e, dopo che la donna della sua vita sarà scomparsa, troverà la forza per sublimare quel passato di gioie e umiliazioni in un libro. La scrittura nasce dall’assenza e nell’assenza trova la sua ragion d’essere così, dove finisce la vita, inizia l’arte.

mercoledì 24 agosto 2011

ESPIAZIONE, Ian McEwan


Romanzo del britannico Ian McEwan uscito nel 2007 e diviso in quattro parti. La prima parte è ambientata a villa Tallis, nella campagna inglese, nell’estate del 1935. In una torrida giornata d’estate Briony e la sua famiglia aspettano l’arrivo del fratello maggiore, Leon, insieme all’amico Paul Marshall, industriale della cioccolata. Briony Tallis ha tredici anni, una fervida fantasia ed una grande ambizione: diventare una scrittrice. La ragazzina ha scritto una commedia per l’amato fratello e sta affrontando le fatiche dell’allestimento, coinvolgendo nella recitazione i cugini del Nord: i gemelli Pierrot e Jackson e l’odiata cugina Lola. Le prove della commedia vanno male così Briony decide che da quel giorno avrebbe rinunciato al teatro per diventare una romanziera. Proprio quel giorno le darà l’ispirazione per la sua prima e più importante storia, perché  quel giorno cambierà per sempre la vita sua e degli altri. C’è qualcosa di strano che dalla mattina tormenta Briony: il turbolento rapporto che lega la sorella maggiore Cecilia a Robbie, il figlio della domestica. La bambina continua a chiedersi cosa stia succedendo e, equivoco dopo equivoco, formula la sua teoria: Cecilia è in pericolo, non ci sono dubbi, e lei deve difenderla da Robbie. Briony ha visto la sorella spogliarsi davanti a lui, ha letto un messaggio di Robbie con chiari riferimenti sessuali e infine li ha visti in biblioteca, nel buio: lui era addosso a lei e la teneva stretta a sé, prigioniera. In realtà tra i due giovani sta nascendo un amore potente e passionale che li condurrà ad azioni avventate ed impulsive che, agli occhi della piccola Briony, assumeranno un significato perturbante e pericoloso. Una bravata dei piccoli gemelli costringe tutti gli abitanti e gli invitati di villa Tallis ad andare a cercarli di notte nel parco. Briony casualmente si imbatte in una figura maschile in fuga mentre Lola, in lacrime, la chiama e le racconta di aver subito violenza. La mente di Briony, suggestionata dagli eventi della giornata, non fatica a riconoscere nella sagoma intravista la figura di Robbie e così denuncia un innocente per quel disgustoso crimine. Robbie viene immediatamente arrestato e Cecilia, appena scoperto l’amore, deve perderlo per le fantasiose farneticazioni di una ragazzina presuntuosa. La seconda parte del romanzo è ambientata nel 1940, in Francia del Nord, durante l’avanzata dei tedeschi ed il ripiegamento delle truppe inglesi e francesi. Robbie è uno dei soldati sbandati che, dopo l’ordine di ritirata, sta scappando, ferito, verso la costa per essere rimpatriato. Insieme a due caporali Robbie affronta gli orrori e i pericoli della guerra guidato solo dal ricordo  di Cecilia e dalle sue parole: Ti aspetterò. Torna da me. La terza parte del romanzo vede Briony lavorare duramente in ospedale a Londra, come infermiera tirocinante, durante il periodo della guerra. I sensi di colpa continuano a perseguitarla per quello che ha fatto, anche perché la guerra ha aggravato la situazione. Briony teme che quello che non ha potuto distruggere lei con la sua stupidità, lo distruggerà, questa volta in modo irreversibile, la guerra. La notizia del matrimonio tra la cugina Lola e Paul Marshall è l’evento che la fa precipitare nuovamente nel passato. Così un giorno, con tutto il coraggio possibile, decide di rintracciare Cecilia, anche lei infermiera a Londra, e lì trova Robbie: i due amanti sono finalmente insieme e, nonostante le avversità sopportate, possono vivere il loro amore in libertà. Adesso Briony ritirerà l’accusa, ritratterà la testimonianza e forse la famiglia potrà tornare finalmente ad unirsi. Briony non si aspetta certo il perdono, ma sapere che l’amore ha vinto la rasserena e la libera dalla colpa. L’ultima parte del libro è ambientata a Londra, nel 1999. Vediamo una Briony settantasettenne, scrittrice affermata ad un passo dalla perdita della lucidità e delle facoltà mentali. Briony festeggia il suo compleanno con tutti i famigliari nella sua vecchia villa di famiglia, ora trasformata in un albergo. Briony ha finito questo romanzo, la cui prima stesura risale al 1940 e, anche se potrà essere stampato solo dopo la morte di Lola e Paul Marshall, è finalmente in pace con se stessa perché ha compiuto la sua espiazione. Ha reso finalmente giustizia alla vicenda, descrivendo i fatti con assoluta oggettività, ma soprattutto ha dato una seconda possibilità di vita insieme agli amanti, a Robbie e Cecilia, che in realtà non sono mai sopravvissuti alla guerra.
McEwan mette insieme un romanzo complesso e delicato dove la limpidezza della struttura geometrica e la perfezione dei meccanismi narrativi si innestano su un piano di profonda introspezione psicologica. I personaggi sono caratterizzati magnificamente e ne vengono esplorati punti di vista, pensieri, paure e ragionamenti. La protagonista Briony è estremamente interessante nella sua crudele presunzione fanciullesca mista a tenera ingenuità infantile. I temi affrontati sono vasti e universali: la letteratura, i legami famigliari, l’amore, la guerra, la colpa. McEwan mette in piedi una storia che appassiona il lettore, facendolo sperare e soffrire, facedogli vivere il peso di quell’espiazione che la protagonista così faticosamente conquista.  Il potere della letteratura e della parola è proprio quello di dar vita alle cose e così la vecchia Briony ci commuove, dando vita e speranza al sogno d’amore che in vita aveva così maldestramente distrutto.
Dal romanzo è stato tratto il film omonimo di Joe Wright (2007) con Keira Knightley nel ruolo di Cecilia e James McAvoy nel ruolo di Robbie.

lunedì 15 agosto 2011

TRILOGIA DI NEW YORK (Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa), Paul Auster


Tre detectives-stories appassionanti e originali per descrivere una metropoli fredda, squallida e frenetica, dove i rapporti umani sono l’eccezione e tutto il resto è semplicemente Caos. Nessuno è davvero importante, niente ha un significato chiaro e i ruoli sono sempre intercambiabili: in questo modo la vita può scorrere nel nulla senza che nessuno se ne accorga. Questa è la New York di Paul Auster. Così in Città di vetro lo scrittore di romanzi gialli Daniel Quinn risponde ad una telefonata misteriosa nel bel mezzo della notte e assume l’identità di un famoso investigatore privato, cambiando vita e trasformandosi proprio nel personaggio dei suoi romanzi. Quinn precipiterà in una spirale di eventi che lo porteranno, tra sospetti e pedinamenti, a perdersi completamente tra le vie di New York fino a smarrire la sua vita precedente, il suo passato e il suo futuro, in un delirio di insensatezza. E così in Fantasmi i personaggi, enigmaticamente chiamati con i nomi dei colori, sono davvero chi dicono di essere? Oppure è tutta finzione? Blue è un detective che, stipendiato da White, sta perdendo la sua vita a spiare Black, un uomo comune che ogni giorno conduce la solita vita abitudinaria. Ma davvero tutto è come sembra? La voglia di essere guardati è pari solo a quella di guardare e, in una crescendo di voyeurismo, scopriamo che i ruoli sono intercambiabili e che nessuno deve mai smettere di guardarsi le spalle. Infine il romanzo più emozionante, intimo e perturbante, La stanza chiusa, in cui un uomo, un giornalista, riceve la notizia che il suo caro amico d’infanzia è misteriosamente scomparso, lasciando a lui l’onere e l’onore di pubblicare le sue opere letterarie. L’ammirazione per l’amico di un tempo diventerà immedesimazione e poi appropriazione totale della sua vita, fino allo squilibrio e all’ossessione.
Il filo che lega questi tre racconti è la solitudine dei personaggi, uomini soli intrappolati in una città allucinata e straniante, dove è più facile perdersi che ritrovarsi. Questa città offre a questi uomini una possibilità, che tutti colgono e collaudano con vari esiti: mescolarsi nella folla, perdere la propria identità per assumere sempre nuove maschere e scambiare la propria vita con quella degli altri, fino a dimenticare se stessi. Tre storie poliziesche che, partendo da una situazione classica e collaudata, finiscono per precipitarci nell’ignoto, in una zona d’ombra dove non ci sono regole e, in un gioco di specchi e di riflessi, ci disorientano e ci smarriscono, come succede ai protagonisti di queste vicende.

mercoledì 3 agosto 2011

LA FAMIGLIA WINSHAW, Jonathan Coe


Micheal Owen è un giovane scrittore perseguitato dai fantasmi dell'infanzia e terribilmente spaesato nella frenesia del mondo moderno. Un giorno, dopo alcuni modesti successi letterari, riceve una proposta di lavoro indeclinabile: una strana signora rinchiusa in manicomio da tutta una vita gli offre un lauto stipendio mensile purché egli scriva la biografia della sua famiglia, una delle più ricche e potenti dell’Inghilterra degli anni 80: gli Winshaw. Micheal deve confrontarsi con la rapacità, l’avidità e la follia che sembrano essere impresse nel DNA di questa famiglia da due intere generazioni: se i padri complottarono col nemico nazista, tradendo insieme patria e famiglia, i figli non hanno tardato a vendersi al miglior offerente, schiavi del denaro e della celebrità. Gli odierni Winshaw rappresentano il lato più oscuro dell’Inghilterra di Margaret Thatcher, incarnando il trionfo dei valori sbagliati: opportunismo, cinismo, egoismo, disinteresse verso il prossimo, avidità. Un ritratto a tinte nitide non ci sono sfumature sulla corruzione e sulla crudeltà di un potere che “logora chi non ce l’ha”. Traffici d’armi, privatizzazioni selvagge e frodi fiscali fanno da sfondo alle indagini di Micheal e si confondono sempre più con la sua vita privata. L’amore, la famiglia, le amicizie, gli incontri di Micheal, tutto è in qualche modo collegato a questa terribile famiglia, ma allora cosa c’entra l’ingenuo scrittore in tutto questo? È davvero soltanto il semplice biografo di famiglia? Grazie a quest’indagine il protagonista potrà scoprire le sue origini, ritrovando tutti i pezzi mancanti che il puzzle incompleto della sua infanzia gli aveva lasciato, e finirà per scoprire tragicamente che il confine tra sogno e realtà non è netto e definito, ma che i due mondi finiscono per convergere. Come lui il lettore si perde tra arte, sogno e realtà, in un vortice di situazioni e personaggi i cui destini si incrociano tra loro, in una sublime struttura narrativa non lineare che Jonathan Coe costruisce con la sua abile maestria di scrittore post-moderno.
Ironia e humor nero si mescolano alla drammaticità delle vicende private di Micheal e al triste ritratto di una società crudele. Le guerre e un minuzioso studio della società inglese fanno da sfondo al romanzo, che è saga famigliare e racconto d’investigazione insieme, e il cui finale, inaspettatamente, cambia registro per regalarci momenti di suspence da romanzo giallo che si scioglieranno in un rito del sangue folle, purificatore e catartico.