martedì 15 novembre 2011

CONFESSIONE DI UN ASSASSINO, Joseph Roth


Joseph Roth, con una scrittura limpida e profonda, ci accompagna in una catabasi moderna, in una vertiginosa e consapevole discesa nell’inferno dell’anima. Un narratore anonimo – di cui ben poco sapremo anche col procedere della narrazione – riporta nero su bianco la strana e misteriosa vicenda di cui è stato testimone: una notte, in un ristorante russo a Parigi, Golubcik, ex-spia dell’Ochrana (la polizia segreta russa) decide di raccontare la storia della sua vita, coinvolgendo gli avventori in una narrazione orale di straordinaria potenza emotiva. Golubcik racconterà tutto di sé, senza reticenze né vergogne, anche gli aspetti più abietti e reconditi esternando l’ombra che da sempre lo perseguita, come un vecchio rimorso. Inizia così l’autoritratto di un uomo che ha vissuto e conosciuto l’abisso: l’infanzia e la giovinezza passate a sognare di essere riconosciuto dal padre naturale, il principe Krapotkin, il conseguente odio per il suo figlio legittimo, le ambizioni personali, l’arruolamento nei servizi segreti russi, i crimini e i tradimenti del mestiere, la passione per una donna frivola, l’accecante gelosia, l’omicidio. Golubcik ha vissuto un’esistenza dedita al Male fino al tormentato e tardivo pentimento finale che, pur concedendogli finalmente la liberazione dalla schiavitù dell’odio, non gli evita rimorsi e sensi di colpa. Il lungo viaggio di Golubcik verso la perdizione è costellato, nei suoi punti cruciali, dall’incontro con lo strano Lakatos, uomo di mondo elegante ed affabile che, con i suoi consigli luciferini e con il suo incedere zoppicante, è la chiara personificazione umana del Male («Notate, cari amici, con quale crudeltà Dio mi trattava, mettendo questo profumato Lakatos al primo crocevia che dovevo attraversare lungo la mia strada. Senza questo incontro la mia vita sarebbe stata completamente diversa. Ma Lakatos mi portò dritto all’inferno. Me lo profumò persino»). Un racconto metafisico sul potere del Male, sul suo sottile ed ammaliante fascino seduttivo, ma anche un appassionante racconto poliziesco e di spionaggio che si addentra nelle trame e nei crimini del sistema di polizia russo, al tempo stesso un racconto di erotismo e voluttà dove l’amore cede il posto alla passione e la gelosia all’ossessione.

sabato 12 novembre 2011

DOMANI NELLA BATTAGLIA PENSA A ME, Javier Marìas


«Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome». Così inizia il racconto di Víctor, narratore e protagonista del libro di Javier Marías. Tutto comincia con un invito a cena a casa di una donna semisconosciuta, mentre il marito è a Londra in viaggio di lavoro. Dopo la cena e il vino, il bambino viene messo a dormire e i due, Víctor e Marta, si dirigono finalmente in camera da letto iniziando a baciarsi e a spogliarsi. Il finale di quella serata sembra scontato, già scritto, ma improvvisamente Marta si sente male e, in pochi minuti, muore. Víctor deve affrontare la situazione, deve fare delle scelte. Prende tempo, riflette, pensa, pensa, pensa… Decide di non manifestarsi, di non avvisare nessuno, di lasciare che le cose vadano avanti da sole. In quella casa decide di fare solo poche modifiche, banali e di poco conto, ma che in realtà, scoprirà in seguito (e noi con lui), cambieranno la vita ad altre persone. Uscito da quella situazione senza lasciare tracce Víctor rimane mentalmente impigliato nella rete delle implicazioni che quella notte porta con sé, tormentato dalle conseguenze, da quella casa, da Marta, dal bambino, dalla loro famiglia. Come un fantasma che continua a perseguitarlo Víctor rimane vittima di un incantamento (usa la parola inglese haunted per descriverlo) e la morte di Marta diventa la sua ossessione. Tutto ciò che segue è il racconto, reale e mentale, del percorso di alienazione in cui lo ha condotto questa mania: i suoi tentativi di introdursi nella famiglia di Marta, le sue fantasie sulla sorella di lei, il suo comportamento insistente e sfacciato nel voler essere scoperto… A poco a poco Víctor si addentra sempre più a fondo nella vita di Marta, fino a conoscerne verità ed inganni, fino a capirne trucchi, menzogne e ipocrisie. Nessuno è davvero quello che sembra e l’immagine che mostra di sé agli altri è sempre falsata. Víctor capisce che gli esseri umani sono naturalmente così, che basano le loro relazioni sull’inganno reciproco: a una persona si nasconde un aspetto del nostro carattere, della nostra vita e ad altre persone se ne nasconde un altro… E dunque la verità non esiste né nella relazione né in noi, dato che noi stessi ci inganniamo nel nasconderci il vero. Alla fine, anche il confronto con Eduardo, il marito di Marta, mostrerà a Víctor quanto la realtà sia per tutti illusoria ed evanescente, ma al tempo stesso quanto la finzione, se scoperta, ci si mostri intollerabile: «Vivere nell’inganno o essere ingannato è facile […] e anzi è la nostra condizione naturale: nessuno va esente da questo e nessuno è stupido per questo, non dovremmo opporci più di tanto e non dovremmo amareggiarci. […] Tuttavia ci sembra intollerabile, quando alla fine sappiamo». Nel corso del libro conosceremo meglio Víctor, che lavora come ghost writer, o meglio come “negro” nel mondo delle sceneggiature televisive, che è divorziato da Celia (che assomiglia – oppure è – la puttana Victoria), entreremo nel suo precedente processo di alienazione dovuto alla sovrapposizione di queste due donne e ne seguiremo i passi mentre si addentra alla Corte reale spagnola in una rappresentazione grottesca e ironica di un mondo ormai appartenente al passato. Tutto questo con lo stile unico di Marías che ha costruito la sua opera con periodi lunghissimi per dare vita e spessore al flusso di coscienza del narratore. Una scrittura difficile in cui il racconto dei fatti cede quasi sempre il posto alla successione dei pensieri, trasformando una vicenda esteriore in un movimento dell’interiorità. Le frequenti ripetizioni, evidenziate anche grazie all’uso delle parentesi, legano i vari personaggi, trasportando le loro singole e differenti vite su un piano di universalità umana, rendendoli partecipi di un’unica grande storia. Un romanzo, ovvero un racconto di fantasia e di finzione, che riflette sulla finzione dell’esistenza e che, in questo modo, lega scrittura e vita. Così, in appendice all’edizione Einaudi, troviamo il discorso pronunciato da Marías a Caracas nel 1995 in occasione dell’assegnazione del Premio Rómulo Gallegos: una riflessione sul romanzo e sulla simulazione che porta inevitabilmente con sé.

sabato 5 novembre 2011

DOLCENERA, Fabrizio De André



Amìala ch'â l'arìa amìa cum'â l'é 
amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê 
amiala cum'â l'aria amìa amia cum'â l'è 
amiala ch'â l'arìa amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê 

nera che porta via che porta via la via 
nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera 
nera che picchia forte che butta giù le porte 

nu l'è l'aegua ch'à fá baggiá 
imbaggiâ imbaggiâ 

nera di malasorte che ammazza e passa oltre 
nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c'è luna luna 
nera di falde amare che passano le bare 

âtru da stramûâ 
â nu n'á â nu n'á 

ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere 
ché è venuta per me 
è arrivata da un'ora 
e l'amore ha l'amore come solo argomento 
e il tumulto del cielo ha sbagliato momento 
acqua che non si aspetta altro che benedetta 
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale 
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte 

nu l'è l'aaegua de 'na rammâ 
'n calabà 'n calabà 

ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare 
quando ingorga gli anfratti si ritira e risale 
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell'onda 
e la lotta si fa scivolosa e profonda 

amiala cum'â l'aria amìa cum'â l'è cum'â l'è 
amiala cum'â l'aria amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê 

acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti 
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire 
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti 

âtru da camallâ 
â nu n'à â nu n'à 

oltre il muro dei vetri si risveglia la vita 
che si prende per mano 
a battaglia finita 
come fa questo amore che dall'ansia di perdersi 
ha avuto in un giorno la certezza di aversi 
acqua che ha fatto sera che adesso si ritira 
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c'entra niente 
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore 

atru de rebellâ 
â nu n'à â nu n'à 

e la moglie di Anselmo sente l'acqua che scende 
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle 
nel suo tram scollegato da ogni distanza 
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza 

così fu quell'amore dal mancato finale 
così splendido e vero da potervi ingannare 

Amìala ch'â l'arìa amìa cum'â l'é 
amiala cum'â l'aria ch'â l'è lê ch'â l'è lê 
amiala cum'â l'aria amìa amia cum'â l'è 
amiala ch'â l'arìa amia ch'â l'è lê ch'â l'è lê 

martedì 1 novembre 2011

LE PICCOLE VIRTÙ, Natalia Ginzburg


Undici racconti, a metà tra l’autobiografia e il saggio, che costituiscono, secondo Italo Calvino, «una lezione di letteratura». La Ginzburg raccoglie alcuni suoi scritti che spaziano lungo un arco temporale che va dal 1944 al 1962 e che racchiudono un’ampia gamma di stili e di tematiche differenti tra loro. Quello che rimane sempre invariato, filo conduttore dei piccoli universi narrativi qui raccolti, è l’io narrante, dietro il quale ogni volta vediamo chiaramente lei, Natalia. L’autrice non si nasconde mai dietro personaggi fittizi e ama parlare solo di quello che conosce meglio, di quello che ha sempre saputo e che l’accompagna da sempre… Il suo essere bambina, adolescente, donna e poi madre, la paura della povertà e del regime, la scoperta dell’amore, il dolore atroce causato dalla morte delle persone care, il calore delle piccole cose della vita quotidiana, l’amore per i figli… L’universo della Ginzburg è costellato di piccoli gesti importanti, innocenti e primitivi. La semplicità è il suo marchio e la sua forza.
Per questo un autore come Cesare Pavese, suo caro amico e collega all’Einaudi, ad un certo punto sbotterà nel Mestiere di vivere (5 febb. 1948): «La mia crescente antipatia per N. viene dal fatto ch’essa prende per granted, con una spontaneità anch’essa granted, troppe cose della natura e della vita.». La comprensione reciproca tra i due amici, che incarnano due opposti modi di rapportarsi alla vita e alla scrittura, non sarà mai ovviamente del tutto possibile. Natalia ci lascia in Ritratto d’un amico un commovente ritratto di un Pavese eterno adolescente che «si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di principî così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l’attuazione della realtà più semplice». Oltre al bellissimo e delicato ritratto di Cesare Pavese, Le piccole virtù contiene racconti che rievocano il periodo bellico, l’esilio in Abruzzo, la povertà e poi la vita in Inghilterra, così come piccole riflessioni su questioni universali ed importanti, affrontate sempre con grande semplicità e concretezza, che vanno dalla questione dei rapporti umani, alla necessità del comunicare con gli altri, al mestiere di scrivere e all’educazione dei figli.
Da Elogio e compianto dell’Inghilterra ho scelto di riportare questo estratto che racconta, con una lucidità ancora attuale, la situazione italiana nel 1961:
«L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funzione male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione. E tuttavia per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue. È un intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di nessuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d’un ingannevole, e forse insensato, conforto».

sabato 29 ottobre 2011

LA TRILOGIA DEGLI AUBREY, Rebecca West


Un’unica opera, composta da tre volumi, per un totale di 1236 pagine. Una saga famigliare che si sviluppa dall’autobiografia al romanzo di formazione, fino alla dimensione squisitamente letteraria. Rebecca West affida a Rose, narratrice in prima persona, il racconto della storia della sua famiglia e il vivace affresco di un’Inghilterra che cambia negli anni, partendo dalla fine dell’Ottocento fino al concludersi della Grande Guerra.
Nel primo libro, La famiglia Aubrey, Rose racconta la storia della sua infanzia, da sempre segnata dalle difficoltà economiche. Vivere in una famiglia di artisti non è cosa semplice per i piccoli Audrey. Cordelia, Mary, Rose e Richard Quinn si ritrovano a dover crescere con una madre ex musicista dolce ed eccentrica ed un padre dalla personalità fuori dal comune: scrittore, uomo di pensiero e di grande integrità morale che, a causa del vizio ossessivo del gioco e delle speculazioni, non riuscirà a mantenere la famiglia, finendo per abbandonarla. A far parte integrante della famiglia si uniscono ben presto la zia Constance e la cugina Rosamund.
Nel secondo volume, Proprio stanotte, i giovani Audrey, abbandonati dalla figura paterna di cui ormai accettano la scomparsa (e la morte), si trovano impegnati nella realizzazione di se stessi, in una corsa verso l’età adulta in cui il futuro sembra pieno di sogni e di speranze: Rosamund fa il praticantato per diventare infermiera, Mary e Rose lavorano duro per diventare delle pianiste professioniste, Richard Quinn decide di provare l’ammissione ad Oxford e Cordelia sembra trovare la sua strada nel matrimonio. Sulle prospettive luminose dei giovani si abbatte, però, il flagello della guerra che si porta via l’amato fratello Richard Quinn e poi, stremata dalla malattia e dal dolore, anche la madre Clare.
Nel capitolo finale della trilogia, Rosamund, Mary e Rose, affermate pianiste di successo, vivono dei loro concerti e trovano nella musica l’unica consolazione alla loro solitudine. Infatti le giovani donne non riescono ad allacciare legami di nessun tipo con le persone che frequentano né sperano di potersi mai innamorare, ma continuano a vivere nel passato, nel mondo dei ricordi, non riuscendo in nessun modo a colmare il vuoto causato dalla morte dei genitori e del fratello. Ad un certo punto una notizia inaspettata, il matrimonio della carissima cugina Rosamund, si trasformerà in una spiacevole sorpresa: il ricchissimo marito di Rosamund si rivela un personaggio privo di attrattive e di dubbia moralità. Nel frattempo anche Rose scopre la gioia dell’amore sposando Oliver, un compositore, mentre Mary si rinchiude sempre più nella sua solitudine. Qui termina incompiuto il terzo volume, che, secondo gli appunti della West, avrebbe dovuto contenere anche il ritiro dalla carriera concertistica di Mary.
Rebecca West aveva annunciato anche un quarto volume che avrebbe dovuto portare a conclusione le vicende lasciate sospese e i nodi irrisolti del romanzo. Di questo progetto narrativo ci ha lasciati una breve ma interessante sinossi che si trova nella postfazione al romanzo.
Un cofanetto per lettori audaci e coraggiosi che amano perdersi nel dettaglio delle descrizioni e nel racconto dell’interiorità. Un libro in cui succede poco, in cui tutto è sospeso e le vicende che accadono sono riassumibili in poche righe; un libro in cui abbondano invece le dissertazioni musicali e i momenti di scrupolosa indagine sui sentimenti e sulle dinamiche che regolano i rapporti interpersonali, tra questi nello specifico quelli famigliari. Un libro per lettori che non si scoraggiano davanti a pagine e pagine di vita quotidiana, tinta di magia e di realtà, dove alle domande non viene data risposta e poco conta quello che realmente accade, bensì il riflesso che gli eventi assumono nel vissuto interiore della protagonista. I momenti più profondi e toccanti risultano essere le riflessioni di Rose sulla famiglia e sui propri genitori, soprattutto quando seguono momenti intensi come l’abbandono del padre, l’accettazione della sua scomparsa e la morte della madre, momenti che diventano dei piccoli ed emozionanti capolavori di espressività narrativa.

giovedì 29 settembre 2011

CARNAGE, Roman Polanski


L’ultimo film di Roman Polanski, Carnage (letteralmente "massacro") è basato su Le Dieu du carnage, una pièce teatrale della drammaturga contemporanea francese Yasmine Reza (in Italia pubblicata da Adelphi: Il dio del massacro, 2007). Ci troviamo dunque davanti ad un’opera riadattata per il cinema che però non dimentica le sue origini teatrali e, ambientata totalmente in poche stanze, concentra tutta la sua forza dirompente sulla sceneggiatura e sulla recitazione degli attori. Ambientato a Brooklyn, nell’appartamento dei coniugi Longstreet, il film si apre con la discussione tra due coppie di genitori che vorrebbero risolvere civilmente un brutto incidente avvenuto tra i loro figli undicenni: una provocazione, una bastonata, labbra gonfie e due incisivi saltati. I Longstreet, genitori della parte lesa, stanno cercando di avviare un patteggiamento insieme ai Cowan, genitori dell’aggressore, armati delle migliori intenzioni, cercando di evitare critiche e rancori. Tutto sembra andare per il meglio, le due coppie dialogano e si confrontano in maniera benevola e costruttiva nonostante cominci a serpeggiare un certo malumore, dovuto all’insofferenza e a qualche battutina. Diverse volte i Cowan cercano di andarsene, ma ogni volta c’è qualcosa che li spinge a tornare indietro, un caffè o un pezzo di torta, finché qualcosa, a un certo punto, comincia davvero ad andare storto… Un criceto abbandonato e un’irrefrenabile nausea sono i pretesti attorno a cui inizierà a costruirsi la spirale di odio che invaderà le anime dei quattro protagonisti. Penelope Longstreet (Jodie Foster) scrittrice impegnata, appassionata d’arte e attivista per i diritti umani del Darfur è la buonista del gruppo, convinta di essere migliore degli altri si sente in diritto di fare a tutti la predica sull’educazione dei figli. Michael Longstreet (John C. Reilly), suo marito, venditore all’ingrosso di pentole e sciacquoni (e colpevole dell’abbandono del criceto della figlia), inizialmente amichevole e conciliante, si rivelerà una persona vuota, fredda e insensibile, soprattutto nei confronti della moglie. C’è poi Nancy Cowan (Kate Winslet), operatore finanziario, riservata e signorile, che rilascia il contenuto del suo stomaco sui libri d’arte della signora Penelope e che alla fine, sbronza, manifesterà tutto il suo menefreghismo nei confronti della situazione. Infine c’è Alan Cowan (Christoph Waltz), avvocato di successo, calcolatore e privo di scrupoli, unico personaggio che dall’inizio alla fine si mostra più o meno uguale a se stesso: estremamente maleducato nelle sue telefonate, cinico e poco disponibile alla finzione e al buonismo, dichiarerà apertamente: «Penelope, io credo nel dio del massacro. È il solo che ci governa, in modo assoluto, fin dalla notte dei tempi». La guerra è aperta, la carneficina ha inizio in un alternarsi continuo di ostilità ed alleanze. Per 80 minuti dimenticate il politicamente corretto, i buonismi e le ipocrisie: tutte le convenzioni della convivenza civile crollano a poco a poco, lasciando il posto ad una realtà crudele e spietata. Polanski smaschera e distrugge il sogno americano e l’idea di società civile occidentale mettendo in scena la realtà della barbarie umana. Eppure nella scena finale il regista lascia intravedere una speranza per il futuro: il criceto, inconsapevole protagonista di questa vicenda (e testimone in prima persona della crudeltà umana) è ancora vivo e i due ragazzini giocano insieme: hanno già fatto la pace e scoperto il perdono

venerdì 16 settembre 2011

TERRAFERMA, Emanuele Crialese


In una piccola isola a sud della Sicilia una piccola comunità di pescatori cerca di tenere in vita le antiche leggi del mare, nonostante i tempi siano cambiati…
Filippo (Filippo Pucillo), giovane orfano di padre, vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) ed il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio) in una sperduta isola della Sicilia. Durante la pesca Filippo ed Ernesto si imbattono in un gommone in avaria pieno di immigrati. La capitaneria di porto gli intima di non accoglierli assolutamente a bordo, ma i pescatori seguono la vecchia legge del mare e ne imbarcano alcuni che rischiano di affogare. Tra questi una donna incinta, Sara (Timnit T.), e suo figlio. Rientrati in porto alcuni immigrati fuggono, ma Sara deve partorire, così viene accolta e aiutata da Giulietta. A questo punto comincia un braccio di ferro tra i pescatori e le forze di polizia, tra le vecchie tradizioni che in mare impongono l’aiuto reciproco, e le leggi di un governo poco sensibile alle sofferenze degli immigrati. Giulietta ha paura di essere scoperta, vuole che Sara se ne vada, ma al tempo stesso a poco a poco tra le due donne si instaura un profondo rapporto di empatia emotiva: attraverso l’esperienza della maternità ed il racconto della sofferenza le due donne si sentiranno sorelle, partecipi della sorte e del destino l’una dell’altra. Intanto Filippo, oscillando tra ingenuità e crudeltà, compierà un percorso di crescita e consapevolezza, aprendo gli occhi sul mondo e imbarcandosi per il viaggio alla ricerca della terraferma, terra promessa simbolo di speranza e libertà.
Il mare della Sicilia torna come vero protagonista di questa narrazione continuando il discorso di ricerca estetica cominciato da Crialese con Respiro (2001). Le affascinanti inquadrature sottomarine permettono allo spettatore di dimenticare il dato di realtà sprofondando in una dimensione onirica e fiabesca. Quando sott’acqua vengono inquadrati i corpi delle persone che nuotano si crea una scena corale di forte potenza espressiva che rende le persone tutte uguali, irriconoscibili e indistinguibili, legate in un patto di armonia e di fratellanza che la realtà terreste invece nega. L’isola di Crialese diventa metafora di tutto il mondo e di tutti i tempi, portatrice di un messaggio di solidarietà che supera i confini spazio-temporali della storia toccando la dimensione dell’universale umano.
La donna che impersona Sara (Timnit T.) non è un’attrice, ma una vera migrante. La giovane africana è stata protagonista di una delle storie più atroci che la recente cronaca sull’immigrazione ricordi. Nel 2009, dopo ventuno giorni alla deriva, senza cibo né acqua, un barcone approda sulle coste di Lampedusa: a bordo ci sono 79 persone di cui soltanto 5 sono vive. Tinmit T. racconta che almeno dieci volte hanno sperato di essere salvati, vedendo delle imbarcazioni passare nelle loro vicinanze ma che ogni volta, puntualmente, ogni imbarcazione li ha ignorati, condannandoli a morte certa.

venerdì 2 settembre 2011

AVVENTURE DELLA RAGAZZA CATTIVA, Mario Vargas Llosa


Le labbra carnose, gli occhi maliziosi scuri come il miele, il corpo sottile e sinuoso con forme morbide ed eleganti… Questa è la niña mala, “ragazza cattiva” che incanta e seduce Ricardo per una vita intera. Le maniere civettuole, l’ironia di chi sa e vuole piacere, unite all’ambizione e al desiderio di ricchezza fanno di questa donna una bomba ad orologeria: egoista e materialista, è concentrata solo su se stessa e sul proprio successo, comportamento tipico di chi nell’infanzia ha conosciuto la precarietà dell’esistenza che la miseria comporta. Per raggiungere la sicurezza economica la niña mala sarà pronta a tutto e vivrà una vita di avventure impensabili: Lima, Cuba, Parigi, Londra, Tokyo e di nuovo Parigi, il mondo stesso sembra starle piccolo. Impara le lingue, cambia personalità, si adatta ad ogni situazione grazie alla sua capacità di trasformista e, da buona arrampicatrice sociale, si sposa diverse volte. In mezzo a questa vita turbolenta e avventurosa la niña mala porta avanti il difficile rapporto con un niño bueno, Ricardo, che ne è irrimediabilmente innamorato, nonostante lei lo faccia terribilmente soffrire. Ricardo lavora come traduttore ed interprete all’Unesco di Parigi e il suo lavoro gli offre la possibilità di viaggiare, così, ogni volta che le coincidenze della vita gli permetteranno di sapere dove si trova la niña mala, lui partirà a cercarla, ardente d’amore e di desiderio. Solamente quando, esasperato dalla sua crudeltà, Ricardo avrà realmente deciso di dimenticarla, la ragazza tornerà a bussare alla sua porta, fisicamente e psicologicamente devastata dalle sue ultime esperienze di vita. Una storia d’amore intensa e dolorosa, una storia di sesso, passione, ossessione e follia, una storia molto sudamericana dove l’amore nasce e si consuma in momenti di caldo erotismo e in frasi da telenovela (le famose huachaferìas che piacciono tanto alla niña mala). A fare da sfondo, il ritratto di quel periodo pieno di speranze, sogni e delusioni che è stato quello dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Parigi, i suoi bistrot e la sua vita culturale; Londra, i Beatles, i figli dei fiori, l’AIDS; e poi l’allucinata e ricca Tokyo, con le sue perversioni. Infine il sempre presente Sudamerica, la povertà e l’indigenza e, nello specifico, il Perù, con le sue vicende politiche eternamente segnate dai colpi di stato.
Ricardo, l’io narrante di questa storia, passati i cinquant’anni accompagnerà la niña mala nell’avventura più grande che abbia mai affrontato, quella verso la morte e, dopo che la donna della sua vita sarà scomparsa, troverà la forza per sublimare quel passato di gioie e umiliazioni in un libro. La scrittura nasce dall’assenza e nell’assenza trova la sua ragion d’essere così, dove finisce la vita, inizia l’arte.